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Posta Alzheimer: Vecchiezza vs Demenza

Posta Alzheimer: Vecchiezza vs Demenza

 

 

Invecchiare è naturale, fisiologico inarrestabile e possiamo essere definiti anziani a partire dai 65 anni. Se non ci sono patologie che affliggano uno o più organi continuiamo, anno dopo anno, il nostro percorso nella vecchiezza adattandoci ai cambiamenti del nostro fisico.

Continuiamo a vivere, senza modificare troppo le nostre abitudini, godendoci i giorni e le esperienze che questo viaggio meraviglioso ci concede.

Nonostante tutti vorremmo vivere bene e in salute, mantenere uno spirito vivace, avere interessi da coltivare e familiari ed amici da frequentare. Come ci consiglia la Geriatra Gerontologa Daniela Mari nel suo libro “A spasso con i centenari: ovvero l’arte di invecchiare bene”, che mi è di ispirazione in questo periodo. Spesso la vita ci pone di fronte a prove molto dure: lutti importanti, perdita di fortune, malattie aggressive o invalidanti.

E quando hai davanti la persona che si occupa di chi è stato colpito da una malattia invalidante, è difficilissimo trovare spazi per far intravedere nuove modalità che semplifichino e rendano meno pesante il logorante compito di un familiare cargiver o quello di un cargiver formale, come l’OSS o la badante. Nella pratica di tutti i giorni il peso di occuparsi di una persona con malattia di Alzheimer o demenza fronto-temporale, piuttosto che demenza vascolare o a corpi di Levy lascia poco spazio per superare lo sconforto e la stanchezza.

Nella persona che sviluppa la Demenza la malattia accelera alcuni processi che minano la sua indipendenza, a volte modifica la personalità e compromette il ruolo che ha per i familiari e nella società.

La Demenza li rende malati e doverosi di cure, ma non gli impedisce di essere portatori sani di dignità.

La persona è portatrice sana di dignità e un anziano più o meno fragile è innanzi tutto un essere umano a cui dobbiamo riconoscere dei bisogni. Questo discorso lo abbiamo affrontato in “Posta Alzheimer: come parlare al tuo caro smemorato“, come ci spiega bene Tom Kitwood nel suo libro “Riconsiderare la demenza”,  questi bisogni premono per essere accolti e soddisfatti.

Accogliere i bisogni del nostro caro smemorato porta alla luce i nostri bisogni e dare AMORE ci lascia integri, ci restituisce la sensazione di poter fare qualcosa, di riprendere la situazione sotto controllo.

Da dove cominciare? Da noi. Riprendiamoci la nostra capacità di essere gentili.

La gentilezza fa stare bene e fa sentire bene. Noi tutti amiamo essere trattati con rispetto e gentilezza.

Perciò, prendiamoci 5 minuti e respiriamo. Inspiriamo ed espiriamo profondamente 6 volte. Calmiamoci. Cerchiamo tra i nostri ricordi, la sensazione di serenità di un’esperienza provata. Restiamo in quella sensazione serena, cerchiamo di assumere quella sensazione con il nostro volto, probabilmente il nostro volto si distende e in alcuni casi potrebbe anche sorridere. Cerchiamo di avvicinare il nostro caro con questa sensazione, di comunicare con lui conservando nel tono di voce la sintonia con quella sensazione.

Creiamo un ambiente più sereno. Se noi ed il nostro caro siamo più rilassati, la giornata e i gesti che dobbiamo compiere per accudirlo assumeranno un accento di gentilezza che renderà tutto più piacevole.

La fretta e la necessità di produrre risultati ci hanno snaturato, hanno spento le nostre capacità di cura, di ascolto ed attenzione. La società di oggi sminuisce le capacità di costruire rapporti interpersonali riducendoli a un protocollo definito “buone maniere”, ci ripetiamo, spersonalizziamo e finiamo per non essere più autentici e se c’è una cosa che le persone con demenza sentono è l’autenticità di chi li circonda.

Sono ipersensibili ai nostri modi di comunicare verbali e paraverbali, ci spogliano delle nostre sovrastrutture, per loro è importante sapere se possono fidarsi di noi o no.

Di una persona gentile e rispettosa posso fidarmi, il nostro caro smemorato ha questo bisogno da soddisfare per non sentirsi completamente perduto nella confusione che lo abita.

Cercate di circondarvi di familiari, assistenti e amici gentili, film e informazioni gentili, musica gentile, cibi acquistati e cucinati con gentilezza, vestiamo cose lavate e stirate con  gentilezza.

Quando la gentilezza entra nella nostra vita ci aiuta a sentire maggior senso di connessione gli uni nei confronti degli altri. Possiamo capire che siamo più simili di quello che crediamo e che tutti, anche le persone difficili, vogliono soltanto essere amate e vivere serene.

La gentilezza salverà il mondo? Perché no! Queste le regole della psicologa svizzera Cristina Milani, scrittrice del bel libro “La forza nascosta della gentilezza” che vi invito a leggere: Ascoltare ed essere pazienti, essere aperti verso tutti: salutare, ringraziare, lasciare scivolare via le sgarberie e abbandonare l’aggressività.

E poi sorridere.

 

Continua a seguirmi o contattami al seguente indirizzo: info@sosdemenze.com

 

Bibliografia:

  • “A spasso con i centenari: ovvero l’arte di invecchiare bene” di Daniela Mari Ed. Il Saggiatore
  • “La forza nascosta della gentilezza” di Cristina Milani Ed. Sperling & Kupfer

 


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